L’UOMO DEVE O NON DEVE PORSI DEI LIMITI? - Fondazione Università Magna Graecia

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L’UOMO DEVE O NON DEVE PORSI DEI LIMITI?

 
L’UOMO DEVE O NON DEVE PORSI DEI LIMITI?

Articolo a cura della redazione del Liceo Scientifico Statale “Fermi”

 

“Perché esisto? Perché esistiamo? Da dove veniamo? Sono unico? Mi si può replicare ?”.Queste sono le domande che prima o poi ogni essere umano si pone. Se davvero l’uomo è stato creato, adesso può essere egli stesso artefice di vita?

 

Il concetto della clonazione è divenuto progetto cardine dell’ingegneria genetica. Se nell’Ottocento la storia del personaggio di Mary Shelley, il dottor Frankenstein, era considerata fantascienza, adesso il suo progetto è diventato realtà. L’immagine di uno scienziato che crea la vita può spaventare come può incuriosir, in entrambi i casi ci sono conseguenze da dover accettare.

I primi esperimenti in fatto di clonazione si ebbero nel 1901, con Hans Spemann. Hans Spemann, premiato con il Nobel nel 1935, dimostrò con i suoi esperimenti che la determinazione è    un processo progressivo che agisce durante lo sviluppo embrionale e porta le cellule dell’embrione a seguire una via differenziale irreversibile da un certo stadio di sviluppo in poi.

Egli intuì che i criteri per la differenziazione cellulare sono di tipo operativo, poiché nell’embrione iniziale non riscontrava una evidente differenziazione morfologica cellulare, dimostrò che i blastomeri iniziali di tritone presentano nuclei identici, ciascuno in grado di formare una larva completa. Quindi, subito dopo aver fecondato un uovo di tritone egli prese un capello di bambino e lo utilizzò come laccio per legare lo zigote secondo il piano della prima divisione di segmentazione. In seguito sottopose l’uovo ad una parziale costrizione, facendo si che tutte le divisioni nucleari rimanessero da un lato della costrizione. Spesso allo stadio di 16 cellule un nucleo sfuggiva passando attraverso la costrizione, nella parte non nucleata. A quel punto la segmentazione cominciava anche da quel lato ed il laccio venne stretto fino che le due metà non furono completamente separate. Ciò ha dimostrato che il nucleo da una fase a 16 celle potrebbe dirigere la crescita di un’altra larva. D allora la scienza è riuscita a superare sempre di più confini che sembravano invalicabili, riuscendo a clonare vari animali, tra i quali si ricorda come più celebre la pecora Dolly.

La clonazione umana potrebbe essere un metodo per ottenere “organi di ricambio”. Le cellule staminali clonate potrebbero esser impiegate per curare malattie come il Parkinson. Per avere un “ricambio” che non crei rigetto nel paziente sarebbe necessario estrarle da un embrione clonato dal soggetto malato. Un esperimento pubblicato su Nature riporta di 13 embrioni umani clonati da pazienti affetti da diabete. Anche se ufficialmente non ci sono dichiarazioni a sufficienza, si possono immaginare i risultati raggiunti. La ricerca presenta dei lati “oscuri” di carattere medico e soprattutto etico. L’embrione così creato è umano a tutti gli effetti. Dieter Egli, ricercatore del New York Stem Cell Foundation Laboratory, ha spiegato che questo potrebbe essere un primo passo verso la cura di malattie fortemente devastanti e debilitanti, e un modo per arrivare ad organi completamente immuni al “rigetto”. Ma il metodo è ancora primitivo e non privo di rischi per la salute. Un altro modo di ottenere le cellule staminali “curative” sarebbe quello di riprogrammare la cellula uovo per ottenere l’embrione, pratica utilizzata dagli scienziati che hanno clonato la pecora Dolly. E’ anche vero, però, che i metodi di successo nella clonazione usati per molti mammiferi si sono rivelati inefficaci per la clonazione umana.

La clonazione comporta quindi mutazioni genetiche in quanto ancora non è stata perfezionata. Il desiderio di progresso può sovrastare o dominare i capisaldi dell’etica? Certo è che gli scienziati sono ad un punto di svolta. Un punto di svolta certo dibattuto ed osteggiato dai più, ma sempre un punto di svolta. La clonazione potrebbe portarci a diventare “superuomini”, simili agli eroi Marvel che tutti hanno inevitabilmente letto sui fumetti o visto sul grande schermo. Oppure potrebbe ridurci a semplici manichini debilitati da continue mutazioni genetiche e continue clonazioni, semplici ombre dei “superuomini” che avremmo voluto essere ma che una troppo accesa sete di conoscenza ha inevitabilmente portato all’autodistruzione.

Ma queste sterili elucubrazioni vengono meno una volta che ci si interfaccia con la pura realtà dei fatti: la clonazione è una realtà, ormai, dai primi anni Novanta del Novecento. Qui in Italia se ne fa portavoce Cesare Galli, personaggio di spicco nel panorama scientifico italiano che da anni, insieme alla Fondazione Avantea Onlus, si occupa di ricerche nel campo della clonazione animale. E’ grazie a lui che si sono raggiunti importanti traguardi come la prima clonazione in assoluto di un toro o quella di un cavallo.

Ma, a discapito dei traguardi raggiunti nell’ultimo ventennio, questa branca scientifica è da molti ritenuta essere un’aggressione fondamentale alla dignità, nelle misure in cui può essere messo in crisi il diritto di autodeterminazione. Tale pratica, inoltre, rischia di mettere in crisi gli equilibri fondati sulla diversità biologica. Ma cosa ne pensa la Chiesa, in quanto portavoce del pensiero di milioni di abitanti della Terra? La veduta Cristiana sulla procedura di clonazione umana può essere chiarita alla luce di diversi principi scritturali. Gli esseri umani sono creati all’immagine di Dio e quindi sono unici nel loro genere. Tra i vari passi della Bibbia che si occupano della vita umana e di come essa vada considerata, si ricorda Genesi 1:26-27, il quale afferma che l’uomo è creato ad immagine e somiglianza di Dio ed è unico tra tutte le creature. Chiaramente, la vita umana è qualcosa che va valutata e non va trattata come un prodotto che può essere comprato e venduto.

“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza”, diceva Dante. Ma non scordiamoci che Ulisse pagò con la dannazione eterna la sua sete di sapere. O fu forse un semplice preconcetto di Dante stesso a condannarlo alla morte e all’ignominia? Insomma, siamo davanti ad un bivio, uno degli innumerevoli che la scienza ci porrà a mano a mano che evolverà nel tempo.

In sostanza, il nocciolo della questione è il seguente: “L’uomo deve o non deve porsi dei limiti?”. Dobbiamo rifiutare a scatola chiusa un’innovazione che potrebbe cambiare radicalmente la scienza, la medicina, la nostra stessa vita solo per alcuni preconcetti o paure? O dobbiamo accettarla, ma comunque ignari di ciò che la clonazione potrebbe comportare? Lo scopriremo solo vivendo. E sperimentando, naturalmente.

 


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